Salvatore Di Giacomo, allievo (1860-1934)

Visualizza il testo con caratteri grandi Visualizza il testo con caratteri medi Visualizza il testo con caratteri medi

L'anima di Napoli nell'opera di Di Giacomo

È autentica o di maniera la napoletanità sceneggiata dal Di Giacomo nell'intero arco della sua ricca e varia produzione artistica, dalle liriche alle novelle ai drammi? Ha essa una sua carica e forza vitale o non è piuttosto da relegare al rango di stampa d'altri tempi, priva di quello slancio incontenibile che solo la rispondenza alla vita vera può conferire, assurta ormai a puro luogo della memoria?

Che una delle componenti primarie dell'ispirazione e dell'arte digiacomiane sia costituita dal mondo popolare napoletano, è unanimamente riconosciuto; ma il valore da attribuire alla sua rappresentazione di quel mondo è ancora ben lungi dall'aver trovato una univoca e incontrastata omologazione in sede critica. La polarità dell'arte digiacomiana, oscillante tra realismo e idillio, ha prodotto forti dispareri tra gli studiosi, spesso condizionandone negativamente l'opinione e rivelandosi un assai tenace pregiudizio ai fini di un suo pieno ed unanime riconoscimento.

Certo, la pittura digiacomiana del mondo popolare napoletano risponde, da una parte, a quella necessità di rappresentazione dal vero postulata dalle estetiche di marca naturalista e così capillarmente diffusa nella generale mentalità scientifica dell'epoca: nella formazione del Nostro, infatti, contò molto la lezione del Verga e del verismo; ma non si può, dall'altra, negare che l'oggettività appare in essa, sovente, sul punto di trascolorare e dissolversi, insidiata dalla tensione idillico-sentimentale del Poeta, e però esposta al rischio della sdolcinatura e del melodramma, oltreché dell'oleografismo.

Gli è stata perciò dalla critica periodicamente rimproverata l'inclinazione a sciogliere la tranche de vie in atmosfere languide e patetiche, indugiando non tanto sulle motivazioni sociali o sulla psicologia dei personaggi quanto sulle situazioni particolarmente crudeli o strazianti, dilatandole oltremisura. Per di più queste ultime sembrano reiterarsi stucchevoli e monotone da una pagina e da un'opera all'altra, senza superamento né evoluzione, non meno dei personaggi, che paiono percorrere statici lo spazio poetico e scenico, prossimi alla rigidità del tipo più che alla libertà di un individuo, macchie di colore e folklore locale, per così dire.

Bisogna allora definire la rappresentazione digiacomiana del mondo popolare partenopeo mera oleografia, attenendoci a codesti elementi che, ad un'analisi superficiale e condotta per vie esterne, farebbero irrimediabilmente inclinare in tal senso il giudizio, oppure reinterpretarli più dall'interno per provarsi a scoprire se non se ne possa giustificare l'indubbia presenza in funzione di una rappresentazione dell'anima popolare napoletana fedele alla visione che ne aveva l'Artista?

E stato detto che il Di Giacomo evita intenzionalmente di rappresentare il mondo della plebe di Napoli in una troppo trasparente ed esplicita dimensione sociologica, per essere egli politicamente allineato su posizioni di retroguardia e però preferendo mostrarcele in una prospettiva idilliaca, più sfocata e fantastica, in cui il degrado e l'abiezione umana e sociale risultassero stemperati e dissolti nell'immagine pittoresca e folkloristica, consentendo così al Poeta di eludere un problema scottante, che suonava a con danna della classe dirigente neounitaria e magari ne turbava la coscienza, e di sottrarsi, così defilatosi, a ogni indesiderata e sgradevole incombenza di denuncia.

Ma basterebbero a confutare questa accusa, oltre a numerose novelle, i sonetti raccolti in '0 funneco verde, dove la denuncia risulta violentissima e di tutta evidenza già nella adozione di un registro stilistico e di un timbro linguistico improntati a schietto realismo, la cui asprezza e crudezza evocano mirabilmente l'immagine possente di un ambiente orrido e raccapricciante che sembra togliere il respiro per l'atmosfera asfittica che vi grava e per cui proviamo un istintivo moto di repulsione.

Rileggiamo il sonetto che apre la raccolta: o Funneco - Chist'è 'o Funneco verde abbascio Puorto, / addò se dice ca vonno allargà: / e allargassero, si, nun hanno tuorto, / ca ccà nun se pò manco risciatà! / Dint'a stu vico ntruppecuso e stuorto / manco lu sole se ce pò mpezzà, / e addimannate: uno sulo c'è muorto / pe lu culera de duie anne fa! / Ma sta disgrazzia - si, pe nu mumento, / vuie ce trasite - nun ve pare overa: / so' muorte vinte? Ne so' nate ciento. / E sta gente nzevata e strellazzera / cresce sempe, e mo so' mille e treciento. / Nun é nu vico. E' na scarrafunera.

Sullo sfondo di questo vicolo fetido e buio si aggirano camorristi e prostitute, comari che interpretano i sogni per giocare al lotto o megere che praticano, con rapacità, l'usura, fattucchiere alle quali ricorrono le ragazze per legare a sé l'uomo del cuore e squallidi mendicanti. A chi mai potrebbe apparire di maniera una rappresentazione a così forti tinte e così grondante sdegno per l'abiezione in cui è lasciata versare quella brulicante dolente umanità, verso cui non può non levarsi la commossa indignata pietà dell'osservatore? E come tacciare di oleografismo la rappresentazione digiacomiana di questo mondo, se con raccapriccio ancor più forte assistiamo, a un secolo di distanza, al perdurare antico di un tale alienato livello di vita nei tanti vicoli stretti e scuri che tuttora si perdono in mille rivoli nell'intricato labirinto dei quartieri della vecchia Napoli, dove è ancora possibile, passando, levare lo sguardo su logore pavesate di panni stesi ad asciugare su fili che corrono da un muro all'altro, lungo i quali si snodano bassi sordidi e tetri in cui vive in squallida promiscuità una degradata povera umanità sofferente, sporca e rumorosa, come quella del fondaco digiacomiano, che, come quella, sembra moltiplicarsi per autogenesi?

Certo, momenti di così calibrata e misurata rappresentazione realistica sono abbastanza rari nell'opera digiacomiana, prevalendo, di norma, in essa la congenita inclinazione idillico-sentimentale del Poeta, spia di una sensibilità ora morbosa ora trepida, alternativamente portata o a sfociare nel patetico o ad evadere nelle aeree piaghe del sogno, dove attenuare l'attrito e l'urto della realtà attraverso il filtro della memoria, nel conato di abolire le lacerazioni dolorose della vita e della storia, dissolvendole nel canto o nella impressione pittorica.

Sembra quasi, talvolta, che il Di Giacomo non nutra alcuna fiducia nella possibilità per l'individuo di un intervento attivo nella storia, che appare come proiettata in una remota lontananza, e che si mostri rassegnato al destino ineluttabile di miseria e di dolore, sociale ed esistenziale, dell'uomo, cui pare non restare altra via, per sottrarsi all'angoscia che lo attanaglia e soffoca, che lo smemoramento e l'oblio di sé, in una fatalistica accettazione del non-senso e della precarietà dell'esistenza, senza per questo rinunciare a vivere e a delibare con voluttà gli attimi di piacere e di ebbrezza che con parsimonia essa distilla, trovando una tregua agli affanni nella contemplazione rasserenatrice della Bellezza, di cui, ad intermittenza, riusciamo a cogliere un labile frammento, annegando il peso della disperazione nella levità del canto e dissimulando o mascherando sotto un trepido sorriso lo strazio e la pena del vivere. Ma in questo ci vien di affermare che il Di Giacomo rivela, una autentica, profonda, atavica anima napoletana, incontrandosi per questa via con la più pura essenza della sensibilità e della spiritualità del suo popolo, esso pure individualista e sognatore, incline al disimpegno e all'evasione fantastica da un lato, all'amplificazione e all'esuberanza sentimentale dall'altro, in difetto o in eccesso nei confronti della realtà, per altro restio ad affrontarla a viso aperto e a scendere sul piano della lotta sociale in nome di un suo più giusto assetto; e inoltre fatalista ed epicureo, attento a schivare i clamori della storia, ritagliandosi un protetto rifugio entro il quale vivere prendendo la vita così come viene e godendo con intensità delle sue piccole grandi gioie.

Questa non tanto singolare aderenza dell'animo dell'Artista al fondo più autentico della sensibilità popolare napoletana, naturalmente viva e attiva in lui, per spirituale e genetico retaggio, e non senza consapevolezza, è alla base della rappresentazione, fondata su una conoscenza diretta e interiore, che del mondo popolare partenopeo Egli volle dare, una rappresentazione che, trascendendo ogni elemento di carattere sociale, economico e politico, offrisse di esso una immagine più universale, ma non per questo meno concreta e reale.

Pare quasi che il Di Giacomo avvertisse - e chi meglio di lui poteva saperlo? - la riluttanza e la resistenza opposta da quel mondo a farsi ritrarre in una dimensione squisitamente ed esplicitamente sociologica o sociale, sentita come aliena per mancanza di una precisa coscienza specifica, se è vero - come da qualcuno è stato acutamente detto - che ad esso si attagliava meglio il regime borbonico, con i suoi privilegi parassitari, che non il nuovo Stato unitario con l'increscioso impegno civile e politico e l'onerosa responsabilità morale e sociale cui lo chiamava. E perciò Egli volle dipingerlo così come lo vedeva scrutando, anche attraverso sé stesso, nei più insondabili recessi della psiche collettiva del suo popolo, col quale si sentiva in perfetta affinità spirituale: sostanzialmente privo di salda coscienza so-ciale e politica, vocazionalmente indolente e virtualmente parassita, incline all'otium "cantabundum" - inteso alla maniera classica, oserei dire, come una sorta di ritiro spirituale e occasione di riflessione e di ricerca -, multiforme e vario, esuberante e vitale, chiassoso e brillante, vittimista e sentimentale, ingenuo e furbo, onesto e corrotto, comico e tragico, patetico e grottesco, gioioso e spensierato in superficie, triste e pensoso nell'intimo.

Perciò il Di Giacomo, proprio in virtù del tradimento dei canoni estetici veristi, per la mancanza, in questa sua rappresentazione, di motivazioni sociali esplicite e di espliciti elementi di denuncia, coglieva e fissava nelle forme perfette della sua impareggiabile arte, l'immagine più oggettiva ed autentica, universale e storica insieme, della napoletanità mai operata da alcuno, facendosi fedele interprete del suo popolo. In questo modo la napoletanità, che - come aveva felicemente intuito l'Artista - vive e si nutre di sé medesima, senza bisogno di connotazione estrinseca alcuna, trovava la più fedele dipintura di sé stessa, assurgendo a pura categoria dello spirito, in una prospettiva atemporale eppur storicamente determinata, e perciò valida ed attuale sempre, calda e palpitante ieri come oggi e oggi come ieri. Il mondo popolare napoletano offre al Di Giacomo una materia vivacissima e ricchissima di fatti e di sentimenti, di ambienti e di personaggi: il vicolo nel suo vasto respiro corale; la vita nei bassi nel suo squallore e degrado umano e sociale, non priva tuttavia di una sua dignità e decoro; la camorra con il suo codice d'onore, delittuosa e violenta, eppur non priva di un barlume di umanità e di moralità; le belle popolane che accendono i sensi e il cuore; gli inguaribili strimpellatori che portano, col mandolino, la serenata alla bella che non s'affaccia; e inoltre i sospiri degli innamorati, gli amori tormentati o non corrisposti, le relazioni illecite e burrascose, i conventi, gli ospizi, gli ospedali, le carceri. Conviene analizzare qualche testo, che in modo esemplare, rappresenta e dipinge questo popolo di Napoli, cui si potrebbe ben applicare l'immagine pirandelliana dell'"erma bifronte che ride, per una faccia, del pianto della faccia opposta".

Nannina - A ll'unnece lu vico s'è scetato / pe lu rummore ca fanno li suone; / da vascio, nu cucchiero affemmenato / se sta sbrucanno sotto a nu barcone. / Ncopp'a nu pandulino accumpagnato / fisse s'ammullechea cu na canzone; / nzuocolo se ne va lu vicinato: / "Che bella voce, neh, che spressione!" / - Arapela, Nannì, sta fenestella! / Siente la santanotte, anema mia! / Salutame, Nannì cu sta manella! - / E addereto a li lastre fa la spia, / cu ll'uocchie nire nire, Nanninella... / Ah! ca mo moro pe' la gelusia!

Lirica sublime, al centro di tre sonetti che costituiscono una vera e propria sequenza narrativa. Il vicolo, avvolto nella quiete e nell'ombra della notte, si desta trasognato alle tenui note di una dolce melodia, appassionandosi e commuovendosi alla serenata che un cocchiere innamorato porta alla sua bella che dorme dietro la finestra chiusa. La musica del verso fissa magistralmente l'aura incantata di una città incantata, per la quale il tempo sembra essersi fermato, della quale non ha inghiottito, nel suo inarrestabile fluire, l'identità. E l'occhio del Poeta ha colto qui un aspetto, frammentario e lirico quanto si vuole, eppure indiscutibilmente reale della sua città e del suo popolo, che potrebbe essere negato come tale solo dai "critici veristi meschini chirurghi del fatto e del costume", per dirla con i1 Viviani.

Qui il De Robertis, per il quale il Di Giacomo nei confronti della realtà è quasi sempre in eccesso o in difetto, lamenterebbe che se ne distacca troppo, così come per altri luoghi di opposta valenza dimostra che vi aderisce troppo.

Simili accuse di difetti di misura non rendono giustizia a un Artista che sa, invece, spesso, come abbiamo visto, cogliere la vita nella sua più vera e nuda essenzialità. Se mai difetto di misura c'è, esso si trasforma in pregio, in quanto registrazione e trascrizione fedele, in sede di rappresentazione artistica, dello stesso difetto di misura con cui si accosta alla realtà il popolo napoletano, distaccandosene troppo o aderendovi troppo. A uno stesso essenziale realismo risultano atteggiate, nella palpabile fisicità delle immagini che propongono, alcune liriche che fotografano dal vero l'animazione di alcuni quartieri popolari di Napoli, che, nella fantasia della gente, finiscono con l'identificarsi con le figure di belle venditrici figlie del popolo, che in essi risiedono e svolgono la loro attività, assurgendone ad emblema e simbolo.

Ne trascriviamo una esemplare: 0 vico de' suspire - A cchiù meglia farenara / sta int'o vico 'e Ppaparelle, / addò fanno 'efarenelle / tutte 'e capesucietà. / Comm'a gnostia te ne ll'uocchie e se chiamma 'onna Rusina, nfarenata 'int'a farina d' 'a cchiù fina qualità. / Dint' 'o stesso vecariello, / facce fronte 'a farenara, / Peppenella 'a gravunara / guarda 'e giuvene passà. / Chella rire e chesta guarda, / chesta guarda e chella rire, / e ne votteno suspire / tutte 'e capesucietà!

Queste popolane civettuole e affascinanti, che infiammano l'immaginazione e la fantasia strappando languidi sospiri in chi, ammirato, indugia a guardarle, sono figure autentiche e reali, vivi e palpitanti campioni di una precisa condizione umana e sociale, anche se l'occhio dell'osservatore indugia piuttosto sulla loro esuberante bellezza e sulla gioia di vivere, ad onta di tutti i guai, che da essa promana, che sulle miserie della loro sottosviluppata e degradata condizione umana e sociale.

Il Poeta si rivela, al solito, finissimo ed acutissimo conoscitore ed interprete dell'anima e della psicologia del suo popolo, nel quale le ragioni della vita e della gioia trionfano sui motivi di tristezza e di angoscia derivanti dalla sua alienata condizione di sottosviluppo, obliata e rimossa nelle zone più profonde della coscienza per naturale istinto di difesa e di sopravvivenza. Così, nella rappresentazione, con perfetta aderenza e meravigliosa rispondenza interna, il segno più tangibile del degrado della persona, la farina che imbratta tutta intera donna Rosina, con cui ella sembra fondersi e confondersi, uscendo affatto da sé, alienata affatto, diventa vezzo e ornamento, si trasforma come per magia nella cipria di una gran dama, finendo col costituire il motivo più segreto del suo fascino.

Al bianco suo candore di farina fa da pendant, come in un gioco di specchi colorati, il nero del carbone di Peppenella 'a gravunara, un'altra diversa bellezza, creando, in un calcolatissimo e calibratissimo scambio delle parti, un alterno gioioso minuetto di sguardi e di sorrisi e di sorrisi e di sguardi, tra innocenza e malizia.

Al polo opposto di questa immagine idilliaca della realtà si colloca una lirica, ugualmente ma diversamente esemplare, Sfregio, che ritrae una tranche de vie di diversa valenza, cupa e macabra nei toni e nel colore, melodrammatica e sanguigna, che, come tante altre analoghe, ha attirato aspre censure da parte di certa critica al Di Giacomo, per il sui presunto gusto morbido e voluttuoso del dolore e del male, per il suo morboso indugio sulle più crudeli e strazianti situazioni.

Sfregio - Ha tagliata la faccia a Peppenella / Gennareniello de la Sanità; / che rasulata! Mo la puverella / mo proprio è stata a farse mmedecà. / Po' ll'hanno misa int'a na carruzzella / è ghiuta a / l'Ispezione a dichiarò, / e 'o dellicato, don Ciccio Pacella, / ll'ha ditto: - Iammo! Dì la verità. / Ch'è stato, nu rasulo, nu curtiello? / Giura primma, / là stà nu crucefisso / (e s'ha tuccato mpont'a lu cappiello). / Dì, nun t'ammenacciava spisso spisso? / - Chi? - ha rispuost'essa. Chi? Gennareniello! / - No!... V' 'o giuro, signò! Nun è stat'isso!... Il tema di questa lirica, la rasoiata dell'amante geloso, esclusivo e possessivo, tradito e ferito nel suo onore di uomo e di maschio, alla sua donna, ricorre con una frequenza quasi ossessiva, come una sorta di leit-motiv, nelle raffigurazioni digiacomiane, con una costanza di tono a metà tra tragedia e melodramma, in una successione di fotogrammi uniti in un rigido rapporto di causa-effetto, che partono dal tradimento, reale o presunto, della donna, per culminare nella rasoiata vendicatrice del maschio offeso, a reintegrare la giustizia e la morale infrante, fermandosi finalmente sullo scagionamento del colpevole-riparatore da parte della vittima-rea, per amore o per omertà.

Il medesimo motivo, infatti, che qui, nella lirica, appare ridotto a una misura sobria ed essenziale per la stessa struttura chiusa del sonetto, si sviluppa e si dilata, non più contenuto, straboccando da ogni parte, nella libera prosa narrativa di una novella dallo stesso titolo.

Un vicolo sopra Toledo, una ragazza bella e però invidiata dalle altre ragazze del vicolo, Peppinella, le malelingue che prendono a calunniarla, quando il suo innamorato, Tetillo, parte per la leva. Qui compare un motivo canonico della narrativa verista: l'estraneità delle plebi meridionali al nuovo Stato unitario, il sentimento della sua remota lontananza e l'avversione rancorosa ad esso che si prende "i poveri figli di mamma, e anche Tetillo, l'innamorato di Peppina". Questo l'antefatto da cui scaturisce il litigio tra Peppinella e Nunziata, che lividamente astiosa verso essa, aveva riempito il quartiere di chiacchiere malevoli e di calunnie sul suo conto e sui tanti "moscerini" che erano stati visti, a suo dire, ronzarle intorno.

"...quando, dopo due anni, Tetillo ritornò da Perugia, sul conto di Peppinella se ne dicevano di nere come il carbone. Due anni fanno presto a passare; Peppinella se lo vide addosso appunto quando meno se lo aspettava". Dopo un breve concitato confabulare, senza nemmeno darle il tempo di finire quel che tentava di dire a sua discolpa, Tetillo, che già aveva messo fuori il rasoio, "le fu addosso con un urlo di rabbia... Peppinella non ebbe tempo neppure di gettarsi addietro che già lui, con un movimento rapido, le aveva tagliata la guancia e il rasoio le era passato nella carne come una staffilata".

Il finale è a fosche tinte, improntato a quel gusto melodrammatico tipico del Di Giacomo, che sembrerebbe a prima vista dar ragione alla schiera dei suoi denigratori. Eppure, a ben pensarci, questo non è gratuito indulgere con gusto morbido e voluttuoso a una situazione particolarmente crudele e straziante, perché non siamo di fronte a una costruzione cerebrale, astratta e generica, bensì alla rappresentazione oggettiva di una tranche de vie napoletana. È il microcosmo del vicolo, monade senza porte e senza finestre: un mondo chiuso, con un suo codice etico, dove si vive gomito a gomito in una dimensione corale in cui il singolo non può far parte per sé stesso, ritagliandosi una sua sfera privata e ignorando le leggi non scritte ma non perciò eludibili della collettività, perché questa non esita ad espellerlo moralmente dal suo seno, con feroce disprezzo, bollandolo con un indelebile marchio d'infamia, quando le viola. Quella brulicante povera umanità, pur nel suo degrado umano sociale e spirituale, ha una sua ferrea moralità, alla quale costantemente sono commisurati i gesti e gli atti di ciascuno. Tetillo deve reintegrare la legge morale infranta, ergendosi a giudice e processando e condannando - in base alle leggi di una giustizia parallela a quella ufficiale - Peppinella alla rasoiata, con inappellabile verdetto. Col suo atto riparatore egli si riscatta, riacquistando la stima e la solidarietà delgruppo: diversamente gli sarebbe applicata la maschera del vile, cornuto e disonorato.

Bollata a sangue, invece, resta per la vita Peppinella: lo sfregio è un marchio morale, oltre che fisico, che la segnerà d'infamia per sempre, inducendola, deterministicamente, a diventare una donna di vita, più nessun giovane rispettabile, per le leggi morali del vicolo, potendo pensare di sposarla, se non a prezzo della sua stessa espulsione da quel mondo.

A Peppinella perciò non resta che la via della perdizione. Orbene, epiloghi del genere non derivano da eccessivo compiacimento per il patetico e il melodrammatico, ma dalla conoscenza profonda dell'anima popolare napoletana e dalla addolorata coscienza del deterministico destino naturale e sociale che fissa quell'umanità in atteggiamenti definitivi, senza possibilità di riscatto e di liberazione, di evoluzione e di scambio, pirandellianamente bloccata nell'immobilità di una maschera.

E la iterazione di questo e di altri motivi analogamente ricorrenti nell'opera digiacomiana, sta ad indicare la circolarità di questa condizione immobile, che ceppi e catene ataviche di ordine storico, naturale e sociale impediscono di eludere e di superare.

Un pessimismo radicale ricavava, dunque, il Di Giacomo - in questo puntualmente allineato alle dichiarazioni e alle conclusioni di tutti i narratori veristi meridionali - dalla scientifica osservazione della natura, della condizione e della sorte del mondo popolare napoletano, di cui nessuno si è rivelato fin ora interprete più profondo, oggettivo, autentico. E la trasfigurazione lirica e idillica che il Poeta qua e là opera di quel reale, riflette ed esprime, in sede di rappresentazione artistica, la volontà e la capacità miracolose di quel povero mondo dolente di rimuovere da sé l'angoscia e la disperazione, aggrappandosi alla gioia in sé del vivere, così trovando un sorriso che asciuga o nasconde le lacrime.

Raffaele Morra



Estratto da Liceo Classico Statale V. Emanuele II Napoli, 1861-1986 nel 125° della fondazione, Bassano del Grappa, 1987, pp. 43-57.


Allegati

Non sono presenti allegati in questa pagina

Contatti

Contatore Visite