Giuseppe Moscati, allievo (1880-1927)

Moscati: il santo venuto dai banchi del Vittorio Emanuele

Tra i tanti illustri alunni del "Vittorio Emanuele II": Salvatore Di Giacomo poeta, Nicola Zingarelli filologo, Giovanni Porzio grande avvocato e uomo politico, Francesco D'Ovidio critico e filologo, Antonino Anile, anatomista e scrittore, rifulge per la sua scienza in campo medico e soprattutto per la sua santità il prof. Giuseppe Moscati.

Nato a Benevento il 25 luglio 1880 e morto a Napoli il 12 Aprile 1927, fu dichiarato "Beato" dal Papa Paolo VI, nel 1975, dopo l'esame accurato delle virtù esercitate da lui in grado eroico e l'approvazione dei miracoli ottenuti per sua intercessione.

Giuseppe Moscati é una personalità poliedrica. Fu "scienziato" e ne fanno fede ben 32 pubblicazioni in campo medico dall'Ureogenesi epatica del 1903 alle Vie linfatiche dall'intestino ai polmoni del 1923. Fu Soprattutto il "medico santo" che allevia tante umane sofferenze vedendo Cristo negli ammalati, e come Cristo si prodigò fino all'immolazione totale di sé. Morì ad appena 47 anni per l'instancabile eccessivo prodigarsi in favore dei sofferenti.

Le fasi più salienti della vita di questo Medico Santo sono raffigurate nei tre pannelli scolpiti con singolare mirabile maestria dallo scultore Amedeo Garufi sull'urna bronzea, che racchiude le sue spoglie mortali, situata sotto l'altare della cappella, detta della "Visitazione" per la famosa pala, capolavoro di Massimo Stanzione, nella monumentale chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Nel pannello a sinistra vi si raffigura l'attività di "professore universitario", che si protende agli allievi con umanità ed impartisce con dolcezza la sua scienza medica; nel pannello a destra lo scultore rappresenta l'attività di "medico degli Incurabili", di cui Moscati fu direttore di sala, ed il Santo Medico vi é raffigurato nell'atto di confortare un moribondo, mentre fuori il portone di ingresso all'Ospedale vi sono tre donne: la disperazione, la speranza - nell'atto di guardare nell'interno dell'ospedale - il conforto...

Al centro, racchiuso in una forma architettonica a tempietto classico, il Beato appare illuminato dal simbolo raggiante di Gesù Eucaristia, nell'atto di confortare una popolana che chiede la grazia per la sua figliola malata. Questo pannello é stupendo e commovente per il senso di umana profonda tenera compassione che traspira dal volto del Santo Medico verso l'infinito umano dolore, rappresentato dalla donna con la bimba dolorante tra le braccia. Lo scienziato, il medico, il santo. Sotto tutti e tre gli aspetti é stato celebrato da scienziati e da teologi di notevole prestigio e fama. Come uomo di scienza e professore é stato commemorato da molti illustri clinici e professori dell'Università di Napoli, a cominciare da quelli che furono a lui contemporanei; dai professori Gaetano Quagliariello ordinario di biochimica e Rettore Magnifico dell'Università napoletana, Giovanni Castronnovo, Michele Landolfi, Pietro Capasso fino alle commemorazioni più recenti di Pietro De Franciscis, direttore dell'Istituto di Fisiologia Umana della II Facoltà di Medicina, di Felice d'Onofrio, direttore dell'Istituto di Clinica Medica della I Facoltà, ex alunno del nostro liceo. Del Medico Santo hanno scritto la biografia scrittori e teologi, da Mons. Marini vescovo di Amalfi nel lontano 1927 fino al teologo Alfredo Marranzini che ha curato e pubblicato i suoi scritti inediti nel 1978. Nella complessa multiforme personalità del Moscati mi soffermo a dare un breve cenno di lui in quanto alunno del Vittorio Emanuele. Giuseppe Moscati studiò in questo liceo per otto anni, dalla prima ginnasiale alla terza liceale, dall'anno scolastico 1889-90 al 1896-97, anno in cui conseguì la licenza liceale con i più brillanti successi.

 

 

Ne fa fede l'estratto dai registri generali, compilato dal preside Mario Guetta, anch'egli ex-alunno del glorioso liceo. Da esso apprendiamo che, nell'anno scolastico 1896-97, l'alunno Giuseppe Moscati supera gli esami di maturità con i seguenti voti: Italiano scritto: 8, orale 10; Latino scritto: 8, orale 10; Greco: scritto 9, orale 10; Matematica: 8; Filosofia: 9; Fisica e Chimica: 9; Storia naturale: 9. Seguono le firme leggibili dei professori: Caroselli, Brambilla, Mercalli. Si tratta di professori di valore e di gran severità: Mercalli, il famoso vulcanologo, Caroselli insigne cultore di lettere classiche.

Quando Giuseppe Moscati frequentava le classi liceali, il prof. Petrone era solito dire agli alunni di altre classi collaterali in cui insegnava: "Cerchino di imitare il mio discepolo Moscati. Quello sì, è la perla dei giovani, non solo per lo studio, ma anche per il contegno e la serietà". Amore allo studio, serietà e contegno che aumentarono col passar degli anni perché, tutte le mattine, prima di entrare in classe, non tralasciava mai di fare una visita a Gesù Sacramento nella chiesa più vicina e si abbeverava così alle sorgenti dell'Assoluto, Cristo Via, Verità e Vita.

L'amore a Cristo sarà la pedana di lancio per la sua decisione di esser medico e di prodigarsi instancabilmente e dedicarsi totalmente agli ammalati. Su un foglietto datato 5 giugno 1922 si legge: "Mio Gesù amore! Il vostro amore mi rende sublime, il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature".

Su un altro ritaglio di carta con data 17 gennaio 1922 scrive, perentoriamente: "Gli ammalati sono le figure di Gesù Cristo". La carità, "l'ardenza dell'amore", per usare la sua espressione, appare già fiammante nello studente Moscati. In una biografia leggiamo che l'alunno Moscati tante volte faceva scomparire la propria prima colazione, preparata con cura dalla mamma, nelle pieghe del mantello sudicio di un vecchio mendicante, che era solito sostare vicino all'ingresso del Liceo, nell'antistante Piazzetta Casanova. La carità sarà la virtù caratteristica e costante per tutto il corso della sua vita. Il programma di vita che egli desidera, condiviso anche da altri, è il seguente: "Amiamo Dio senza misura, senza misura nell'amore, senza misura nel dolore". Non si stancava di ricordare ai suoi alunni che "gli ammalati sono figura di Cristo" e conseguentemente "il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, d'un fratello, a cui un altro fratello, il medico, accorre, con l'ardenza dell'amore, la carità".

Ancora studente, il suo animo fu temperato alla scuola del dolore. Due tristissimi avvenimenti angosciarono il suo spirito. Il primo fu nel 1895, quando Peppino è appena quindicenne. Suo fratello Alberto, giovane tenente di artiglieria all'età di 19 anni cadeva da cavallo e, battendo con la testa a terra, rimaneva irrimediabilmente compromesso nella salute, e nei pochi anni che sopravvisse al triste incidente era assalito spesso da violenti attacchi di convulsioni epilettiche, che a volte si protraevano per 24 ore. Peppino Moscati lo assisteva durante le sue crisi e partecipava intensamente al dolore dei suoi genitori. Questa amara esperienza di vedere una giovane, fiorente vita, rovinata così dolorosamente e per sempre, produsse in lui angoscia rassegnata alla volontà del "Padre" e il senso della caducità dell'umana bellezza.

Questi sentimenti sono commoventemente riflessi in una lettera che più tardi scrisse ad un distinto signore, che aveva perduta la figliuola nel fiore degli anni quando la giovane era soffusa di grazia e bellezza. "Qui sul mio tavolino - egli scriveva - tra i primi fiori di primavera ho il ritratto della vostra figlia e mi soffermo, mentre vi scrivo, a meditare sulla caducità delle umane cose! Bellezza ogni incanto della vita passa! Resta solo l'eterno amore, causa di ogni opera buona, l'amore che sopravvive a noi stessi, che è speranza e religione perché l'amore è Dio! Anche l'amore terreno Satana cercò di inquinare, ma Dio lo purificò attraverso la morte! Grandiosa morte che non è fine ma è principio del sublime e del divino, al cui cospetto questi fiori e la bellezza son nulla". [1]

Un altro grande strazio lacerò l'animo di Giuseppe Moscati, appena diciassettenne. Era il 19 dicembre 1897 quando il papà Cav. Francesco Moscati, presidente della Corte di Assise, veniva stroncato da emorragia cerebrale. Quali sentimenti provò il Beato in tale triste vicenda? Li possiamo dedurre da una lettera che scrisse più tardi ad un collega che aveva perduto il padre. "Ho con vivissimo cordoglio appreso la scomparsa del Vostro amatissimo padre! Comprendo lo strazio di famiglia! Anche io l'ho provato e ragazzo: e mio padre era integro magistrato come il caro vostro scomparso; e sembrava che avesse lasciata derelitta la sua famiglia! Ma Iddio si sostituisce a colui che vuole con sé! E voi ed i Vostri sentirete l'arcana protezione, che vi prodigherà, sempre presso di Voi, ma invisibile, l'anima del genitore''! [2]

Animo temperato dal dolore, folgorato dal sublime amore di Cristo che egli vuol servire nei sofferenti, il diciassettenne Moscati sceglie quasi istintivamente la facoltà di medicina. Lo attesta una lettera scritta il 26 luglio 1919 al presidente degli Ospedali Riuniti, Sen.re G. D'Andrea: "Da ragazzo guardavo con interesse all'Ospedale degli Incurabili, che mio padre mi additava lontano dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose e le illusioni passavano come cadevano i fiori degli aranceti, che mi circondavano". Non fa meraviglia che lo studente Giuseppe Moscati, alle soglie dell'università, sceglie di iscriversi a medicina, pur essendo nato e cresciuto in una famiglia di giuristi.

Il diciassettenne Moscati ha un sol desiderio, "desiderio che nel suo animo buono è divenuto una necessità imperiosa, di lenire il dolore fisico, lo smarrimento spirituale dei fratelli, colpiti dall'atrocità dei morbi." Sono parole del Rettore Magnifico dell'Università di Napoli, G. Quagliariello.

Mi piace completare questo breve schizzo di Moscati, esemplare alunno del Vittorio Emanuele, con le parole sublimi del Grande Maestro degli Avvocati, il compianto prof. Alfredo De Marsico. Egli in un discorso commemorativo di G. Moscati, tenuto all'Ospedale degli Incurabili, eleva un poema all'uomo, allo scienziato, al medico, al santo. Sintetizzando con uno sguardo panoramico la multiforme attività del Santo Medico dice: "Credente, sentì e professò la fede con l'ardore, la costanza, la semplicità, la convinzione di coloro che in ogni istante affermano la unità individibile dell'idea e del sentimento, del fatto e dell'anima..., additando nella religione non un capitolo della vita, ma 'la radice' donde questa trae la sua linfa segreta, la norma che continuamente la modella" [3].

Domenico Perrella

 

Note

1. Giuseppe Moscati, il laico santo di oggi. Scritti inediti, a cura di A. Marranzini, Roma, AVE, 1978, p. 249.

2. Ivi, p. 252.

3. Alfredo de Marsico, Discorsi e scritti, a cura di M.A. Stecchi de Bellis, Napoli, Consiglio dell'Ordine degli avvocati e dei procuratori, 1980, p. 165.



Estratto da Liceo Classico Statale V. Emanuele II Napoli, 1861-1986 nel 125° della fondazione, Bassano del Grappa, 1987, pp. 69-75.